Mal d’Asia, parte 12 – Dalla bici al motorino elettrico. Sempre due ruote sono…

Puntualissimo, alle 9, il mio scooter elettrico arriva di fronte all’ingresso dell’hotel. La ragazza dell’autonoleggio mi spiega brevemente, in mezzo inglese mezzo cinese, come fare il cambio della batteria – ce ne sarà bisogno… – e mi consegna una mappa delle isole con i punti dove fare il cambio, in pratica tutti i maggiori 7-Eleven fino alla punta occidentale di Xiyu. Come dice Nico Cereghini, “Casco in testa ben allacciato, luci accese anche di giorno, e prudenza, sempre!”, e sono pronto ad andare.

Il motore elettrico è un polmone, ma ha una coppia fenomenale, tanto che polverizzo quasi tutti i 100 e 125cc ai semafori – che poi mi riprendono dopo tipo 50 metri, stante che i 45 all’ora li vedo solo in discesa. La manopola dell’acceleratore ha qualche problema, ma a parte quello, il mezzo è abbastanza affidabile, essendo poco più che una carcassa metallica con una batteria e due ruote. E due freni, credo, ma vista la velocità con cui viaggio, credo che potrei fare come i Flinstones.

Sia come sia, il giro odierno prevede circa 40 km one way, con una mezza dozzina di soste.

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Anche oggi, il tempo non è dei migliori, ma almeno non pioverà. La strada è abbastanza semplice – inforcare la 203 e proseguire sulla stessa strada fino alla fine 😀

La prima cosa che noto è la velocità con cui la carica della batteria scende – pensavo fosse un difetto della mia, ma a quanto pare è proprio così, e i pubblicizzati 40km con una carica sono assolutamente irrealistici. Ad essere generosi, dopo 15km è bene pensare di rimpiazzare la batteria, per non rischiare di trovarsi a “secco” prima della stazione successiva. Ad ogni buon conto, visto il costo basso della ricarica (una batteria carica costa circa 30 centesimi), cambio al primo punto possibile.

La prima sosta vera e propria è all’inizio della piccola isola di Chungtun, la più piccola delle isole che compongono la municipalità di Baisha e la prima arrivando dall’isola principale. Subito dopo il ponte c’è un parcheggio e un sentiero che porta ai generatori eolici sul lato orientale, da cui si possono vedere alcune delle isole esterne dell’arcipelago. Questa dovrebbe essere Yuanbei:

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Non faccio soste, tranne per un cambio di batterie, fino all’inizio del Penghu Great Bridge, dove ci sono un paio di ristoranti e chioschi, negozi di souvenir e una statua di Chiang Kai-shek, che probabilmente verrà abbattuta in futuro mentre il paese prosegue la strada nel rimuovere i rimasugli della dittatura. Il tempio dietro era assolutamente perdibile,

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Il ponte, lungo 2.5km, fu il più lungo del suo tipo in Asia al momento della costruzione negli anni ’60; venne ricostruito nel 1996 dato che il ponte precedente non era più dimensionato per il traffico che vi transitava sopra giornalmente.

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e all’altro capo del ponte:

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A grande richiesta (degli sfasciacarrozze), ecco il destriero…

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Oltrepassato il ponte, il traffico diventa pressoché inesistente, e la strada 203 quasi deserta. Continuo per circa 6 km più a sud del ponte, sull’isola di Siyu, fino al villaggio di Erkan.

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È un piccolo villaggio che ha quasi interamente conservato le architetture tradizionali, ed è una delizia aggirarsi per i vicoli.

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Alcune case sono state trasformate in punti di ristoro o negozi di artigianato locale. Qui si trovano dei piccoli stick di incenso repellente per gli insetti, a base di alcune erbe locali.

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La struttura che ha dato origine alla conservazione del paese, agli inizi degli anni ’90, è la residenza della famiglia Chen. La casa è in stile fujianese ed è ora un museo.

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Gli spazi coperti occupano circa 300 mq, oltre ai cortili; le suppellettili sono ancora quelle originali, così come la cucina.

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La preservazione non ha fatto danni – come ad esempio ritinteggiare in rosso brillante l’intonaco esterno.

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Per fortuna i turisti non sono moltissimi. La maggior parte arriva con bus su tour organizzati.

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La maggior parte delle case ha delle spugne di corallo inserite all’interno delle facciate; non ne conosco l’origine e non ho trovato molte informazioni al riguardo. Altre spugne sono state usate per fare sculture e rappresentare animali e spiriti mitologici.

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Casetta, pergolato, pozzo, cactus colorati, pace. Chissà se è in vendita…

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Compro qualcosa da mangiare in uno dei ristorantini aperti – noodles saltati con frutti di mare e verdure. Volevo provare la granita (o succo) di cactus, ma quando sono tornato al negozio, che è all’ingresso del villaggio, c’era una coda infinita: è arrivata una comitiva.

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Invece che tornare subito al parcheggio e recuperare il motorino, vado dal lato opposto della strada – qualcuno ha costruito una specie di frazione con una mezza dozzina di case in stile fujianese vista oceano. Lodevole comunque l’aver mantenuto lo stile locale e, soprattutto, l’altezza!

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Poco più a sud, e sulla costa opposta, si trovano alcune colonne di basalto con la tipica struttura esagonale; le più grosse sono quelle di Daguoye (che sono pure più vicine), mentre quelle di Chixi sono un po’ più piccole. Ovviamente, vado a vedere quelle più piccole – non volutamente, ma sbaglio strada…

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Nel piccolo porticciolo da pesca, il pescato del giorno viene fatto essiccare.

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Scendo ancora più a sud, circa cinque chilometri da Chixi, e mi ritrovo in Irlanda.

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Naian è il nome della spiaggia e del villaggio.

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Mi fermo un po’ ad oziare in spiaggia, ma inizia a farsi tardi – ho ancora un paio di soste prima di tornare indietro. Inforco nuovamente lo scooter, verso il Siyu Fort occidentale – ce n’è uno, speculare, dalla parte opposta di Naian, chiamato con molta fantasia Siyu Fort orientale.

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Parcheggio al centro visitatori, che non ha molto da offrire – quale depliant, un paio di negozietti e i servizi igienici. Il forte è circa 150 metri oltre il centro visitatori; la prima fortificazione è del 1681, costruita dai lealisti di Koxinga contro la dinastia Qing.

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Il forte venne impiegato durante la guerra sino-francese e nel 1883 venne rimaneggiato per dotarlo di cannoni: uno da 6 pollici, due da 10 e uno da 12.

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Il forte è sopra una piattaforma di basalto, anche se è difficile rendersene conto data la lussureggiante vegetazione che lo assedia.

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Classificato come monumento nazionale, nel 1990 il governo locale di Penghu comprò alcuni cannoni Armstrong da 6 pollici per posizionarli come parte del monumento.

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Sotto la piattaforma dove sono alloggiati i cannoni, vi erano i magazzini.

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La batteria dello scooter è quasi a terra, per fortuna sono vicinissimo al paese di Waian – meno di un chilometro. Scambio la batteria al 7-Eleven, torno indietro e inforco la diramazione per il faro, che è sulla punta estrema a ovest di Waian. Sulla strada, si trova uno dei pochissimi “finti cannoni” ancora esistenti dalla seconda guerra mondiale.

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L’ultima tappa è il faro di Yuwengdao, costruito oltre duecento anni fa; inizialmente una semplice torre in pietra, la struttura in ferro attuale, progettata dall’ingegnere britannico David Henderson, venne eretta nel 1874 e acceso per la prima volta l’anno successivo.

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Al posto della vecchia struttura in pietra, si trova ora una stele commemorativa.

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Il capo era parte di un’installazione militare a guardia dell’insenatura delle Pescadores. Il faro è ancora una struttura militare, ma è stata aperta al pubblico come monumento storico nel 1992. La piccola caserma e le strutture ancora usate dalla guardia costiera taiwanese sono all’ingresso (alle mie spalle nelle foto sotto) e dipinde in verde/marrone. Ci sono cartelli un po’ ovunque che ricordano che il faro è ancora un’area militare attiva, anche se non ci sono particolari problemi a fare foto.  I cannoni in foto non avevano alcuna funzione militare – erano usati come segnalatori durante i giorni di nebbia.

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Nei vecchi alloggi è stato ricavato un piccolo museo.

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Su internet si trovano foto spettacolari del tramonto, visto da qui; come si vede, la giornata non è proprio l’ideale per godersi il tramonto, e per di più tira un vento dannato.

Finito il giro, torno al motorino e comincio la lunga marcia di rientro verso Magong – ci vorranno quasi due ore, incluse tre soste per cambiare la batteria, e arrivo che è già buio. Invece che andare a cercare qualcosa per cenare, mollo il motorino vicino all’hotel, recupero il cavalletto della macchina fotografica e vado di corsa verso il Rainbow Bridge – stasera è una delle due serate del Penghu International Fireworks Festival.

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Fortunatamente mancano ancora una trentina di minuti e trovo posto quasi in prima fila, in posizione davvero ottima – vicino alle transenne che sbarrano la strada verso il ponte, da dove vengono lanciati gli ordigni; non mi era mai capitato di essere così vicino ad un’esibizione di questo tipo (di solito si vedono in spiaggia da almeno mezzo chilometro di distanza… qua saremo a 200 metri scarsi).

Le foto fanno abbastanza pietà – non sono un esperto né un appassionato di questo tipo di fotografia. La prima è col telefonino, visto che brucio mezza dozzina di foto con le impostazioni cannate della digitale, mentre l’iPhone fa tutto da solo…

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Più o meno trovate delle impostazioni che mi soddisfano, continuo con la Canon.

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Lo speaker continua a dare informazioni, ignoro su cosa. Essendo un festival internazionale, è possibile che gli artificieri fossero stranieri, ma non ho trovato info.

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Si alza lievemente il vento, una bava davvero, ma è abbastanza per far strisciare le polveri ancora illuminate sul fotogramma.

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E questa è l’ultima foto che avesse senso – quella finale, con i botti di chiusura, simile all’esplosione di una supernova: tutto bianco 😀

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Finito lo spettacolo, che dura una quindicina di minuti, impacchetto tutto l’armamentario e do un’occhio al tempio di Guanyin che è proprio alle mie spalle.

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Tornerò il giorno dopo per una visita diurna. Ora, però, è tempo di uno spuntino, visto che non ho ancora cenato; il festival vuol dire mercato notturno, gnam 😀

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Prendo una seppia gigante alla griglia e un fritto misto; l’ultima cosa non ricordo cosa fosse.

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e accompagno il tutto con un succo di alieno appena mixato, per la gioia di 13900.

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Torno verso l’hotel facendo crowd watching – la passione asiatica per fare code, quando si tratta di mangiare, non ha rivali:

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e un’ultima istantanea della vita notturna di Magong prima dell’ultima notte a Penghu.

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Mal d’Asia, parte 11 – E se noleggiassi una bici…?

Mentre pianificavo la visita a Penghu, una domanda mi sballonzolava frequentemente per la testa – come mi sposterò per l’isola, considerando che non posso noleggiare un motorino non avendo la patente internazionale (mannaggia devo muovermi a convertire la mia…)?

Una ispirante lettura sul Taipei Times mi aveva già messo in testa il tarlo del cicloturismo,  suggerendo che l’isola di Magong sia una specie di paradiso per ciclisti, essendo tutto sommato piatta, con strade ottimamente mantenute, e scarso traffico. Problema: dove noleggiare una bici? L’articolo del Taipei Times indicava un noleggio vicino al porto, ma ogni ricerca in tal senso non ha portato alcun risultato; Google però è mio amico, e scavando un po’ di più mi sono imbattuto in questo articolo su Vital Penghu che ha più o meno risolto i miei ultimi dubbi.

Mi sveglio di buona mattina – troppo – il rosato dell’alba sta lasciando spazio all’azzurro di un cielo nuvoloso: significa che è troppo presto… Magong, dall’alto del decimo piano, è ancora addormontata. Mi riaddormento anche io. McDonald’s, nel frattempo, veglia su tutti noi.

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Mi sveglio che sono le 10 ormai, decisamente più tardi di quanto avessi pianificato. Mi preparo in fretta e furia e faccio i 500 metri scarsi che mi separano dal negozio in Chongqing st dove noleggio la mia mountain bike. Il processo è indolore – google translate serve solo per fare la richiesta iniziale, poi il modulo da compilare è in inglese e il passaporto viene restituito subito dopo averlo fotocopiato. Il noleggio è per 24 ore e la bici è corredata di catena, luci, casco e piccolo kit riparazione, oltre a due piccole borse. È in ottime condizioni generali e con la forcella ammortizzata – non proprio necessario ma sempre apprezzabile.

Mi immetto nel traffico della tarda mattina – intorno a Magong ce n’è ed è inevitabilmente di motorini, come nel resto di Taiwan – e inizio a percorrere la strada 204, che rimane in zone piuttosto urbanizzate per circa cinque chilometri, fino al Penghu National Scenic Area Administration Building, dove faccio una prima sosta. Qui si trova il centro di informazioni turistiche, dove spero invano di trovare delle cartine un po’ più dettagliate e in inglese, un negozio di souvenir e dove faccio rifornimento di qualche vettovaglia aggiuntiva. Il parco è stato modellato con opere di land art e terraforming.

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Visto il meteo, ovviamente, non c’è nessuno. Il mio destriero.

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Mi rimetto in marcia, destinazione il piccolo villaggio di Xingren. Poco oltre la diramazione tra le strade 204 e 201 si trova la casa restaurata dell’unico jinshi che abbia mai vissuto a Penghu, Cai TingLan; i jinshi, coloro che passavano gli esami imperiali al loro più alto livello, rimanevano di solito alla corte imperiale o venivano mandati come legati imperiali – Cai infatti visse in Vietnam per molti anni prima di tornare a Penghu, dove era nato, e dove fondò una scuola.

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Un monumento e un tempio sono stati eretti in suo onore in epoca recente. Dal poco che ho capito, dovrebbe essere un luogo frequentato soprattutto da studenti in cerca di fortuna per i loro esami.

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La parte più interessante è però la casa, completamente restaurata.

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L’interno è stato adibito a museo. È tutto in mandarino, quindi non è che si capisca molto…

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Torno nei pressi dove ho legato (eufemismo) la bici, e fa un acquazzone improvviso.

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Passata la pioggia, proseguo verso sud lungo la strada 201 fino a Suogang; mi fermo presso un tempio dedicato all’Imperatore di Giada. La costruzione è abbastanza recente (credo intorno agli anni ’80).

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L’edificio è su tre piani, ad ogni piano c’è un tempio separato, oltre agli uffici disposti sui lati. Mi fa sempre strano visitare questi templi moderni, dove c’è anche l’ascensore, che non si capisce mai se sono scuole, uffici, templi, palestre di yoga, ristoranti o un misto…

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Il secondo piano è dedicato a Guanyin, la divinità della pietà.

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Questi templi si autofinanziano con le attività dei pellegrini e dei volontari. Non oso immaginare quanto costi la manutenzione…

Dal terzo piano si ha una vista completa sul piccolo porto di Suogang e lo spiazzo antistante il tempio. Lì sotto sono sicuro ci sia una stazione del Dharma Initiative

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La piccola spiaggia di Suogang e l’arco di pietre che viene da secoli usato in tutto l’arcipelago come pescaia. Le tre colonne all’orizzonte sono le ciminiere dell’unica centrale elettrica dell’isola, quella di Chienshan.

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Già che sono qui, vado a fare un salto alla spiaggia, nulla di imperdibile. Nel mentre passa un Atr di FAT. La testata della pista 02 dell’aeroporto di Makung è a circa 4 km da qui. Immagino sia stato un avvicinamento “divertente”.

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Il padiglione aiuterà a proteggere dal sole, ma è praticamente inutile quando la pioggia arriva di traverso.

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Dall’altra parte, l’Imperatore di Giada veglia su di noi.

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Recupero la bici e mi sposto di poche centiaia di metri per vedere la prima delle due shita di Suogang – piccole torri in pietra che si dice proteggano gli abitanti dai venti che, qui, spirano costanti e a volte in modo molto violento. Queste due shita non sono poi così piccole: la più alta delle due supera i 10 metri.

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L’altra è pochi isolati più in là.

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Circa un chilometro e mezzo più a sud, si trova al spiaggia di Shanshui (credo traducibile con qualcosa come “la montagna d’acqua”). Lungo la strada, si trova un tempio assai colorato.

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La spiaggia è quasi deserta, sicuramente la giornata non ha invogliato i turisti. C’è da dire che il turismo di mare è una cosa tipicamente occidentale, e di solito non si vedono orde di asiatici correre a prendere il sole in spiaggia (sole?? Orrore!!!). In fondo, il promontorio che credo abbia dato origine al nome.

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Immagino che, col sole, il colore delle acque sia anche meglio 🙂

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Un altro FAT, stavola un Md80. Altro atterraggio ballerino in mezzo alle vento.

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Mi fermo per un po’ di riposo e un tardivo picnic sulla spiaggia, prima di proseguire ulteriormente verso est, per raggiungere una seconda spiaggia – quella di Shili: più ampia e di un colore più chiaro. Di fronte si staglia il piccolo isolotto di Huching, che si può raggiungere in venti minuti di battello da Magong.

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La spiaggia è servita da una struttura che è un mezzo bar, un mezzo museo (o collezione di accozzaglie marittime, più appropriato), mezzo discoclub. Vista la tipologia di musica e il volume con cui veniva sparata fuori dagli altoparlanti, credo stessero facendo i preparativi per una festa scolastica di fine anno…

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Quattro chilometri più a est e sono alla punta estrema della penisola, nell’abitato di Fenggui. Per arrivarci si passa proprio a fianco ad una piccola piattaforma che dà sul promontorio dove si trova la base navale e, oltre, Magong. Senza zoom non si vede molto… siamo a oltre due chilometri e mezzo dalla prima e quattro dalla seconda.

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Lascio la bici vicino ad un tempio e faccio un giro a piedi; pur avendo una bella posizione, il villaggio non è particolarmente attraente, a parte una passeggiata lungo la costa.

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Qui si trovano delle strette insenature naturali tra le rocce basaltiche dove, in certe condizioni, si dovrebbe sentire un rumore sordo e vedere l’acqua sbuffare tipo geyser da alcuni tunnel sottomarini che sfiatano in superficie. Non sento l’uno e non vedo l’altro, pazienza. Un chiosco lì vicino sta facendo affari d’oro con bibite fresche e gelati. Invidia! In questo momento vorrei essere un gelataio a Taiwan.

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Sì, sono nel posto giusto almeno 😛

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Arrivato fin qui, ora bisogna tornare indietro! In totale sono circa 24km di pedalata, one-way, e poco meno a tornare. Non essendo propriamente allenato, gli ultimi cinque km li faccio un po’ annaspando. Arrivo a Magong che ormai è già buio; lego la bici vicino all’hotel e prendo qualcosa da mangiare al primo FamilyMart che trovo.

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Mi rendo conto che fare il giro della parte nord, in bici, sia un po’ un’utopia (sono circa 35/40km one-way, più il ritorno…); con un po’ di google translate, chiedo alla reception se sia possibile noleggiare una bici elettrica. Dopo un po’ ci capiamo e la risposta è no, niente bici elettrica, ma è possibile noleggiare un motorino elettrico per il giorno successivo, riconsegna dopo 24 ore, senza patente internazionale, dato che sono limitati a max 45 km/h. Ci impiego meno di un quarto di secondo a dire sì e ci accordiamo per la consegna del motorino direttamente di fronte all’hotel la mattina dopo.

Mal d’Asia, parte 10 – Esplorando Makung.

La signora alla reception dell’hotel, nel centro di Makung, è gentilissima pur non parlando una parola di inglese; Google translate aiuta un po’, insieme a dei laminati con alcune informazioni nell’idioma di Scuotilancia; capisco, tra le altre cose, che la camera non sarà pronta prima delle 15.

Armato di mappa, depliant in mandarino e tanta buona volontà, mi fiondo per le stradine di Makung, che è sempre stata una importante roccaforte militare sin dai tempi della dinastia Qing – soprattutto come baluardo contro i pirati che infestavano l’area.

Mi imbatto praticamente subito in un tempio tutto agghindato a festa – celebrazioni per qualche divinità?

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La porta di Shungcheng, e il relativo tratto di mura, fu l’ultima fortificazione dell’impero Qing a Taiwan, e aveva la particolarità di essere rivestita da polvere ottenuta dalla frantumazione dei gusci delle ostriche, che, a quanto pare, è un ottimo agente protettivo.

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Un’improvviso acquazzone, come tanti durante la giornata, blocca le mie scorribande per una quindicina di minuti. Per fortuna trovo riparo sotto la porta…

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… prima che spiova e possa riprendere il mio giro.

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La parte centrale della cittadina (che fa comunque 60.000 abitanti) è un dedalo di vicoli con piccoli edifici a uno o due piani, quasi tutti perfettamente conservati e ora luogo della movida serale – versione locale: ristoranti, b&b, negozi di souvenir e chioschi. Durante la mattina, l’area è quindi un po’ sonnolenta, ma anche sgombra di turisti.

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La maggior parte delle architetture storiche, in quest’area, risalgono al 1600-1800. Il tempio di Shigong fu dedicato all’omonimo generale Qing durante le guerre che contrappose il Regno di Tungning creato da Tuxinga, fedele alla dinastia Ming (di etnia Han) e le forze navali Qing, della nuova dinastia imperiale di etnia Manchu che infine prese il sopravvento.

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Makung (o Magong, secondo la traslitterazione Pinyin), è stata costruita attorno al tempio dedicato alla dea Mazu, la divinità protettrice del mare e dei naviganti. Il tempio originario si crede sia stato eretto intorno al 1300 e in seguito modificato e ingrandito fino agli ultimi interventi avvenuti nel 1922.

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La piazzetta antistante è uno dei punti focali della cittadina, e si trovano un sacco di chioschi che vendono tutti quegli intrugli colorati che io prediligo 😀

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La sala principale.

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A quanto pare i dragoni sono assai apprezzati!

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Trovandoci su un’isola, le attività portuali sono assai sviluppate. Oltre alla stazione passeggeri dove si prendono i traghetti veloci per Kaohsiung, Tainan e Chiayi e quelli per le isole minori, c’è un porto turistico e gli approdi delle navi pescatori, piuttosto grosso e sviluppato in quattro o cinque differenti moli; dalla parte opposta della baia, su un promontorio, c’è invece la base navale, che per ovvi motivi non è fotografabile e i cui moli sono rivolti verso sud.

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Praticamente di fronte, un segno della fratellanza italo-canado-taiwanese 😛

Non ho osato provare il ristorante al piano terra, che in ogni caso serviva cucina americana.

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Sotto l’incombente minaccia del diluvio universale, del quale ho avuto vari assaggi durante l’intera giornata, una parte del tempo è stata proficuamente dedicata a comprare inutili souvenir (attività nel quale sono uno specialista: quando sarò ricchissimo, ovviamente grazie a questo blog, avrò una Wunderkammer dove mostrare orgoglione il frutto di tanto disperato lavoro :D).

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L’altra parte, ovviamente, a mangiare: per qualche curioso motivo, abbandono la mia atavica retrosia a mangiare da solo e mi faccio convincere da alcuni osti particolarmente ciarlieri (e parlanti inglese, o con in mano un menu inglese…) a provare alcune prelibatezze.

La prima è stata più una sfida alla mia sanità mentale: provare il famigerato “uovo centenario”, vale a dirsi un uovo fermentato sotto sale, idrossido di calcio e carbonato di sodio. In origine, ovviamente, non si usavano questi ingredienti: venne scoperto casualmente quando (si dice) un contadino dello Hunan ritrovò un uovo di anatra rimasto sotto un mucchio di calce viva che aveva usato per costruire la sua casa, e decise di provarne il gusto. Un po’ come se chef Rubio decidesse di vedere che sapore ha una costoletta di agnello casualmente ritrovata in un bagno di benzina… ma divago.

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Uno dei modi di servirlo è con zenzero fresco affettato e tofu. Ora, da dove cominciare… l’aspetto è certamente disgustoso. L’odore ricorda un po’ quello del gorgonzola, e il tuorlo, che si riduce ad una consistenza cremosa, ne ricorda vagamente il sapore, anche se ha una nota di ammoniaca decisamente più accentuata. L’albume, invece, è po’ sapido, ed è gelatinoso. Non riesco a finirlo. L’oste è tutto divertito, io un po’ meno… se devo essere onesto, l’ho riprovato mesi dopo, in un altro posto, e il sapore era completamente diverso – questo sì molto più delicato e simile ad un gorgonzola dolce di ottima qualità.

Bisognoso di riprendermi dallo shock, cerco un posto qualsiasi che venda bubble tea; non solo ce ne sono a bizzeffe, ma ne trovo anche uno che vende bubble juice, cioè succhi o smoothie con sfere semigelatinose che esplodono rilasciando il succo contenuto al loro interno. Questo era succo di mango e arancia con pearls ai frutti di bosco emoticon_drowling.png sono sicuro che quel bogianen di Are we there yet? apprezzerebbe.

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Durante una seconda sosta da acquazzone verso il tardo pomeriggio vado sul sicuro e prendo un più classico beef noodles per una cena un po’ anticipata – il brodo era un po’ leggero ma la carne era tenerissima!

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Ormai quasi al crepuscolo, e con la pioggia che continua a cadere, torno in hotel e prendo possesso della mia camera, disfo lo zaino e inizio a mettere ordine nel macello che lo contraddistingue, tra cui preparare la biancheria per una lavatrice serale – l’hotel mette a disposizione lavatrice e asciugatrice a monete.

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Mal d’Asia, parte 9 – KHH-MKG con Uni Air

La mattina parto da Pingtung molto presto in modo da non perdere il prossimo volo – direzione: le isole Pescadores (come sono più note da noi e come le battezzarono i portoghesi), o Penghu, come sono chiamate qui.

Arrivo all’aeroporto di Kaohsiung circa un’ora e mezza prima del volo – è troppo presto, il check-in per i voli nazionali apre solamente un’ora prima. Cheffare nel mentre? Da una precedente visita, mi pare di ricordare una specie di terrazza coperta, per cui salgo all’ultimo piano dell’aerostazione e, invece di una terrazza, trovo un vero e proprio mini-museo.

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È tutto in mandarino, ma non credo occorra traduzione per riconoscere i gadget di Eva Air a tema Hello Kitty…

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Oppure quelli di China Airlines e i Buddy Bears – OhBear (Taiwan), Hero (Kaohsiung) e Kumamon (Kumamoto).

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C’è anche un angolino dedicato a FAT – Far Eastern Air Transport e i suoi inossidabili Md80.

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Il lungo corridoio ha ovviamente vetrate che danno sul piazzale e sui satelliti, inframmezzato da pannelli esplicativi, anche se la vista non è particolarmente entusiasmante; sono disponibili binocoli per chi volesse fare bird watching 😀

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Si può vedere facilmente il “jetbridge” pedonale coperto che porta dagli imbarchi nazionali agli aerei.

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Per qualche bambino (e adulto) che volesse entrare nel mood pre-volo…

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Completa la sezione una delle più grandi collezioni di modellini che abbia mai visto in un aeroporto – una volta a Malpensa c’era la collezione Piazzai, ora esposta a Volandia.

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La collezione includa una paio di chicche – il Do228 della Daily Air (che ora opera con i DH6), piccola compagnia locale che collega la costa est con le due piccole isole di Lanyu e Lyudao, e le isole minori dell’arcipelago delle Pescadores (Wang’an e Qimei) con Penghu:

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e la defunta TransAsia con il 330

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Un’ora prima ritorno ai banchi del check-in per imbarcare il bagaglio e ritirare la carta d’imbarco. Di solito l’allowance su questi corti voli nazionali è di 10kg; il mio bagaglio è intorno ai 15kg e temo un salasso, ma le tariffe sono davvero basse (tra i 30 e i 50 centesimi per kg aggiuntivo).

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Tutti i voli sono per le isole, tranne il solitario volo giornaliero per Hualien di Mandarin Airlines. Volevo volare con FAT, ma solo a condizione di farlo sull’ottantone; dato che i voli sono tutti operati con ATR, una compagnia vale l’altra e quindi opto per Uni Air.

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Dal lato check-in non è l’aeroporto più entusiasmante al mondo, ma almeno ha le vetrate fronte strada che permettono alla luce di entrare, nonostante la giornata uggiosa.

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FAT distribuisce ancora un timetable cartaceo!

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I controlli di sicurezza sono velocissimi ed è possibile portare a bordo liquidi in bottigliette singole fino a 500ml, per un massimo di 2l totali.

L’area dei gate non è molto grande ma ha un paio di negozi e questa pacchianissima colonna ricoperta da un dragone illuminato di verde.

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Chiamato l’imbarco, si fa una passeggiata all’aperto, sotto una tettoia, per il controllo della carta d’imbarco, prima di camminare fino all’aeromobile.

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Il nostro Atr in tutto il suo splendore.

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Tratta: Kaohsiung International Airport (KHH) >>> Penghu Airport (MZG)
Volo: B7 8695
Aereo: ATR 72-600 (ATR 72-212A)
Marche: B-17015
Età: 4.2 anni
Posto: 7A
Sched/Actual: 0937-1009 // 0930-1010
Durata volo: 32′
Gate: 17

Purtroppo stavolta sono proprio a fianco all’elica, non certo il mio posto preferito.

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La cabina è tutta sui toni del grigio nelle sue varie toanlità. Elegante, ma un po’ buia. In compenso è pulitissima.

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Byebye!

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Rulliamo verso la pista. Hey, T’Way! Ci vediamo tra un paio di mesi. Il tempo è peggioramento, ora piove.

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Decolliamo nell’orrido cielo sopra i sobborghi occidentali di Kaohsiung. I decolli sui turboprop regalano sempre soddisfazioni a piene mani.

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Lasciamo terra dopo pochi attimi, ed entriamo in una nuvola appena siamo sul mare aperto.

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Due minuti dopo, le due assistenti di volo iniziano a distribuire fazzoletti e succhi di frutta alla mela. Su un volo di 30 minuti!

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Il volo è pieno; come detto, i colori della cabina la rendono un po’ buia.

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Non che fuori splenda il sole…

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Makung è aeroporto militare, pertanto, appena ci avviciniamo a portata di isole, le assistenti di volo fanno un annuncio chiedendo di mettere via fotocamere, videocamere e telefonini. Ultimo scatto ad alcuni scogli e poi roger wilco.

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L’avvicinamento è ballerino – l’isola è ventosa e il tempo è quello della tempesta. Sballonzoliamo allegramente prima di toccare con una legnata vigorosa, e poco dopo siamo già parcheggiati di fronte al terminal.

Chiaramente non se ne parla di fare foto all’aereo, anche se non ci sono militari in giro – sono sicuro che il personale di rampa lo vieterebbe comunque. Su e giù per un paio di rampe di scale, si arriva al carosello dei bagagli, dove in pochi minuti vengono consegnate le valigie; prima di uscire, un addetto controlla la corrispondenza tra il bag tag e la ricevuta consegnata al check-in.

Prendo un taxi e vado in hotel a lasciare lo zaino, per poi lanciarmi all’esplorazione.

 

Mal d’Asia, parte 8 – Cosa fare a Taitung in una giornata, quando piove? Hiking, ovvio.

Le connessioni a sud non sono particolarmente buone; tipo, andare da Kenting a Taitung non è esattamente veloce né pare un’idea brillante. Quindi, ovviamente, decido di fare proprio così.

Questo comporta ovviamente riprendere il bus fino a Fangliao e, successivamente, il treno fino a Taitung, sulla linea più lenta dell’intera isola. Il treno, almeno, è comodo.

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A Taitung il meteo è pessimo, e alterna pioggia a pioggia. In zona è possibile fare innumerevoli camminate in montagna e si trovano decine di sorgenti termali. Ci vuole una ciotola di beef noodles per scaldarsi…

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Il vantaggio di così tanta pioggia è la presenza di abbondante verzura anche in centro città (che, ammetto, non ho esplorato particolarmente).

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L’area di Jhihben è quella con la maggiore concentrazione di sorgenti termali e di sentieri da escursionismo, e ospita la Jhihben National Forest.

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La foresta è in parte attrezzata con aree pavimentate e schede illustrative, in parte con stretti sentiri escursionistici.

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Da qualche parte, là in fondo, ci dovrebbe essere l’oceano Pacifico. Ma io vedo solo nuvoloni neri… (quindici minuti dopo è venuto giù il diluvio).

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Camminare mette appetito. Una buona idea è l’hot pot – una pentola con dentro brodo (ce ne sono di vari tipi – di manzo, di gallina, di maiale, di pesce, vegetale, piccante…), a cui si aggiungono gli ingredenti da cucinare, che poi vengono mangiati intingendoli in varie salsine.

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Si ritorna verso ovest, direzione Pingtung. Davvero una pessima idea venire qui solo per così poco tempo, senza averne per esplorare i dintorni… 😦

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Ma, almeno, c’è tempo per ancora un po’ di cibo. Magari volete dei dumplings (questi qui erano divini)…

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…o una zuppa di wanton (ottima, con la nota piccante data da un’abbondante dose di pepe macinato).

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Se poi avete ancora fame, ci si può fermare ad uno dei tanti posti che vi prepareranno al momento un fritto misto con quello che volete voi: pollo (con e senza ossa, fegatini, pelle, qualcuno offre anche zampe e bargigli), funghi, verdure, salsiccia, tofu, sanguinaccio (o qualcosa di simile, ma fatto col riso). Si seleziona con le pinze dal banco, si mette tutto in una ciotola di metallo e si passa al cuoco che lo salerà, peperà, aggiungerà spezie a richiesta, e poi friggerà.

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Questi take away li troverete sempre nei mercati notturni, e spesso anche all’interno dei quartieri residenziali – sembra siano parte dei servizi essenziali a cui nessun taiwanese possa rinunciare 😀

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Mal d’Asia, parte 8 – Kenting National Park

Ammetto di essere stato un po’ pigro. Vabbè, parecchio. Ovvero, non ho moltissime foto; il che non è proprio un massimo quando si vuole raccontare di viaggi, ma ci proviamo lo stesso…

Innanzitutto, come raggiungere Kenting; quasi semplice – in treno fino a Fangliao, e poi uno dei tanti bus che percorrono la costa.

Si va quindi alla stazione di Kaohsiung, che è in fase di rinnovo; la nuova stazione sotterranea ha aperto l’anno prima, mentre tutto l’intervento dovrebbe essere terminato per il 2025, su progetto dello studio olandese Meccanoo.

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La carrozza sembra più una metropolitana – in effetti la maggior parte dei treni, uno ogni dieci o quindici minuti, collega Kaohsiung a Pingtung in modalità shuttle. Se non fosse che la carrozza è strapiena, non sarebbe poi così male.

A Fangliao, si prende il bus. Il treno prosegue verso est (la linea ferroviaria è un anello che percorre tutta l’isola), ma la punta meridionale è isolata in termini ferroviari, per cui l’unica alternativa è il trasporto su gomma.

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A Hengchun si scende (il bus prosegue lungo tutta la costa, volendo) e si noleggia il motorino, dato che è più pratico e veloce. In origine, Hengchun era una città completamente fortificata, costruita dalla dinastia Qing per controllare il canale di Bashi che divide Taiwan dalle Filippine; il secondo motivo era la necessità di tenere a bada la popolazione Palawan, indigena di quest’area, dopo che massacrarono gli equipaggi di una nave americana e di alcuni pescherecci giapponesi, naufragati a terra.

Una parte delle mura è ancora in piedi, così come le quattro porte.

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Nei pressi della porta meridionale, c’è una serie di ristorantini, uno dei quali fa dei ramen fantastici.

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Il paesaggio è ovviamente tropicale. L’area mi ha ricordato parecchio le Filippine che, dopotutto, sono a meno di 400km da qui.

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Il faro di Eluanbi segna la punta meridionale dell’isola. Oltre, solo l’oceano.

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Nel parco nazionale è ospitato anche l’acquario e il museo nazionale di biologia marina.

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La vasca principale contiene 5.7 milioni di litri di acqua marina e un tunnel lungo 80 metri.

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Ovviamente per ospitare lui. Mai avrei pensato che fotografare dei pesci sarebbe stato così complicato…

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Il pesce più bello rimane lui (o lei):

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La sala delle meduse è tra le più belle. Le meduse però sono impossibili da fotografare…

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Poco distante da Hengchun si trova una curiosità geologica che si apprezza al meglio la notte – delle fessure nel terreno rilasciano gas combustibile che è perennemente acceso.

Il posto si chiama Chuhou (出火) ed è circa ad un chilometro a est della porta orientale di Hengchun. Al di fuori dall’area si trovano spesso venditori che cercheranno di propinarvi mais da far saltare sulla fiamma fino a diventare pop-corn. Ultimamente sembra sia molto popolare con gli Instagrammers e chi fa foto con giochi di luce.

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Mal d’Asia, parte 7 – KUL-TPE, Malaysia Airlines

Dove andare dopo la Malesia? Ma a Taiwan, ovviamente, a rompere le scatole ai miei amici taiwanesi 😀

Il volo è un biglietto premio preso tramite Avios; Malaysia Airlines ha buoni orari, il costo in miglia e basso e le tasse sono pressoché inesistenti. E poi, il volo è su un 330!

Il volo è alle 9 o giù di lì, che consente un comodo arrivo verso l’ora di pranzo o poco più tardi.

Come la sera precedente, mi avvio a piedi verso la stazione. Sunsuria è una planned city, in gran parte ancora in costruzione, ma che ospita già un’università, un paio di quartieri residenziali di case basse, e in un futuro prossimo un mega shopping mall. Certo, bisognerebbe ricordare ai cittadini certi principi di educazione civica, tipo non gettare i rifiuti nell’erba…

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La stazione ha una forma molto peculiare, che a me piace. Calata nel contesto della jungla tropicale, stranisce un po’.

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Pure le sensazioni sono disallineate col contesto. Il clima, ad esempio – c’è vento, è nuvolo, minaccia pioggia. Sento che dovrei avere freddo, ma ci saranno 28 gradi e un’umidità che fa spavento.

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Il tragitto, sul treno suburbano condizionato, è breve – una sola fermata.

Il check-in è veramente rapidissimo, nonostante l’aeroporto sia trafficato – Malaysia Airlines non taccagna sui check-in, bontà loro. Ricevo la mia preziosissima carta d’imbarco cartacea, solo dopo aver mostrato l’itinerario completo che include la conferma che ho un volo di uscita da Taiwan.

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Il bello, o il brutto, a seconda dei punti di vista, è che a KUL non c’è un controllo di sicurezza centralizzato, ma si può circolare in tutto il terminal dopo un blando controllo al metal detector; il controllo vero avviene solamente prima di entrare al proprio gate.

Al terzo tentativo, trovo il tempo di fare un salto al giardino tropicale che sta in mezzo al satellite, chiamato nientepopodimenoché KLIA Jungle Board Walk.

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Se avete freddo, è il posto adatto a voi, visto che la temperatura e l’umidità sono, appunto, tropicali. Io non vedevo l’ora di tornare nel terminal…

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Durante la mia visita, non c’era nessun altro a passeggiare tra le fresche frasche. Immagino che i biznizmen non abbiano tempo per questo, e oggi non sarà stato giorno (o l’orario) per i gitanti. In questo senso, è un rifugio dalla jungla aeroportuale.

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Compro del mango disidratato per finire i ringgit (che, non so come, sembrano non finire mai) e vado diretto al gate, che sta aprendo, trovandomi così in pole position per passare i controlli, che sono in ogni caso piuttosto veloci.

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Mi fanno cenno di passare con la cintura ma chiedono di tirare fuori la macchina fotografica e tutto il corredo dallo zaino…

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Tratta: Kuala Lumpur International Airport (KUL) >>> Taiwan Taoyuan International Airport (TPE)
Volo: MH 366
Aereo: Airbus 330-200
Marche: 9M-MTZ
Età: 9.2 anni
Posto: 20A
Sched/Actual: 0915-1410 // 0919-1353
Durata volo: 4h 34′
Gate: C37

L’aereo è un ex Air Berlin, di cui mantiene la configurazione della cabina di business class – non che mi interessi, volando io ovviamente in barbon class.

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Un esuberante assistente di volo sulla quarantina accoglie alla porta i passeggeri – saluta e scherza che neanche Paolo Bonolis. Senza dubbio, ha personalità. Lo affianca una più posata, ma assai sorridente, collega, di poco più anziana: di anni ne avrà cinquanta – stante l’impossibilità scientifica di determinare l’età di un asiatico, ovviamente.

Prendo possesso del mio posto e sono deliziato dal sapere che il volo è pieno solo per metà – un sacco di spazio per tutti, me compreso.

Una eurowhite con un guizzo di fantasia.

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L’aeroporto è (non soprendentemente, spero) una marea di code malesi.

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Io sono sull’ala; decolliamo verso nord.

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La temperatura della cabina è tipo dieci gradi sottozero. Mi avvolgo nella coperta di pile viola elettrico e aspetto con ansia l’ipotermia. Invece, 35 minuti dopo il decollo, arriva il rancio.

Mi aspettavo qualcosa di piuttosto blando, invece servono il nasi lemak, uno dei piatti nazionali malesi: riso bollito in latte di cocco, uovo bollito, arachidi e acciughe essiccate. Come contorno, è presente il rendang di pollo, una specie di spezzatino – è lievemente piccante, ma pur nella mia totale incapacità di mangiare cibo piccante, commestibile; o forse è il noto effetto-aereo, che rende cibo apparentemente disgustoso quasi edibile. L’assistente di volo brillante, che serve lungo il mio corridoio, ci tiene a spiegarmi come va mangiato e come si mischiano gli ingredienti.

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La frutta è eccellente – non mi aspettavo niente di meno. E poi bonus point per il succo di mango, che dovrebbe essere una bevanda obbligatoria in tutti i paesi del mondo.

Appena finita la colazione, passano col dolce – un gelato simile alla bomboniera Algida, e mi sembra di tornare a quando i miei me la compravano al cinema guardando Bianca e Bernie nella terra dei canguri.

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L’assistente di volo brillante, passando a ritirare i vuoti, vuole assicurarsi che il nasi lemak sia stato di mio gradimento. Tutto sommato non posso dire che fosse male, quindi per rincuorare il mio oste di aver gradito, elogio, forse oltre il necessario, il cibo; mi spertico però in lodi per la frutta, quella sì davvero eccellente.

Dieci minuti dopo, rispunta dal galley con due confezioni di frutta – dovevo sembrare davvero deperito…

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Finita la razione extra di vitamine, mi imbacucco nuovamente nella coperta e vado di Marvel.

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Un 330 (o 340) lato finestrino con posto a fianco libero credo sia il nirvana del passeggero di economy. Tra una ronfata e un film (non necessariamente separate), le quattro ore e mezza passano abbastanza velocemente. Entriamo nello spazio aereo taiwanese da sud, e passiamo sopra Kaohsiung.

La collina al centro è il Chaishan; decine di sentieri la attraversano ed è popolata da un numerosissima colonia di scimmie, tanto che è nota in inglese come Monkey Mountain.

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Passiamo sopra l’aeroporto e base aerea di Tainan (visibile, ma infotografabile dalla mio posto) e seguiamo tutta la costa fino alla discesa.

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Credo a causa dei venti, atterriamo da nord. In effetti si balla parecchio in discesa. La centrale termoelettrica di Linkou appare più vicina che mai.

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Atterriamo tirando una botta pazzesca e rulliamo fino al dito.

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In un tripudio di prunus mei mi circonda.

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Entro nel terminal, passo indenne le termocamere che si trovano in qualsiasi aeroporto asiatico – la memoria della SARS, qui, è ancora viva – e in meno di mezz’ora riesco a completare il mio rituale: ritirare banconome al bancomat, prendere una SIM locale, passare l’immigrazione, ritirare il bagaglio, ricaricare la easyCard e prendere la metro verso la stazione dei treni ad alta velocità di Taoyuan.

Non ho prenotato alcun treno, dato che non sapevo bene quanto ci avrei messi tra lo sbarco e l’arrivo in stazione; sfortunatamente è periodo di vacanza (il Tomb Sweeping Day è tra un giorno) e quindi la maggior parte dei treni sono già prenotati; prendo un biglietto per la carrozza senza prenotazione, sperando di trovare un posto per sedermi.

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Mi metto nella coda che si allinea alle porte delle carrozze (grandiosa, semplice invenzione) e aspetto il mio turno per salire – è chiaro che il viaggio sarà in piedi… che per fortuna dura poco, e dopo Chiayi una parte dei posti si libera, quindi posso sedermi per gli ultimi 30 minuti.

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Arrivo a Kaohsiung e pernotto in loco prima di proseguire il giorno successivo per Pingtung e il Kenting. Non lontano dall’hotel c’è il mercato notturno di Lihue – non posso non fare un salto…

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Fiaccato da una digestione un po’ impegnativa, vado a dormire – la decorazione dell’hotel è versione sogni d’oro bambino 😀

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